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Recensione calcolo...

La recensione di Senua’s Saga: Hellblade II

Bellissimo da vedere e sentire, l'ultimo viaggio di Senua è un racconto che diventa un'esperienza sensoriale.

21 Maggio 2024, alle 10:05

C’era qualcosa di completo nel modo in cui finiva Senua’s Sacrifice. Ricordo, vedendo quella Senua stremata e sporca di sangue e urla, di aver percepito chiaramente la sensazione di un cerchio che si chiude, di aver trovato finalmente quello che stavo e stavamo cercando, l’elemento chiave che avrebbe messo fine al viaggio, qualcosa che avrebbe sistemato tutto. C’era una realizzazione dirompente, l’epifania nata tra lacrime e sangue dal sacrificio che gridava il titolo: l’importanza del lasciar andare, e quanto è fondamentale imparare ad abbracciare i propri demoni, vivere insieme a loro, smettere di scappare.
Quella della fine del primo capitolo era una persona nuova, quasi fosse nata una seconda volta; ed è la stessa che ritroviamo in Senua’s Saga: Hellblade II, quando cominciamo ad accompagnarla sulle fredde sponde islandesi, col vento che ci trafigge il volto e i colori e i suoni che si mischiano alla pioggia e ai tumulti dell’oceano, mentre si forma nitida, da qualche parte, la sola direzione del nostro viaggio.

È una Senua nuova, quella di Hellblade II: non più spaventata – anzi, spaventata in modo molto diverso, e latrice non più di vendetta ma di speranza, di una luce alla fine del buio. Questa, prima di tutto, la differenza iniziale: la storia di questo nuovo capitolo si apre in orizzontale, e non verso l’alto. Non è più il viaggio di Senua per sé stessa e per quello che le era stato tolto, ma diventa presto una storia che assume i contorni dell’universale, abbraccia e fa propria l’origine di tutte le storie, coltiva il seme di un conflitto ancestrale, l’atavica lotta tra il bene e il male, tra la luce e il buio. C’è un male profondo nel mondo di Hellblade, un male che viene inflitto da umani ad altri umani, e tocca a noi scoprirne l’origine, estirparne la radice.
Tuttavia, nonostante il respiro globale di una narrazione di portata e ambizioni maggiori rispetto a quelle del primo capitolo, qui il racconto fatica a mostrarsi incisivo come quello del prequel, principalmente a causa di una brusca accelerazione nella seconda metà e di personaggi non sempre sviluppati al massimo del loro potenziale, oltre ad alcune soluzioni narrative lievemente ridondanti.

Nonostante questo, la storia funziona e appare quasi sempre a fuoco, soprattutto grazie alle incredibili prove interpretative di attrici e attori – la Senua di Melina Juergens è di una naturalezza e un’intensità commoventi, e alla modalità con cui è raccontata. Basta mettersi le cuffie e avviare il gioco per la prima volta per rendersi conto di qualcosa di estremamente familiare: esattamente come nel primo capitolo, anche qui sentiamo da subito le voci delle altre due protagoniste, che parlano di continuo, commentano, criticano, scherzano, hanno paura, hanno speranza, ci amano e ci odiano, si amano e si odiano. È così che il gioco ci parla della psicosi di Senua, facendocela sentire: lungo le coste devastate dalle mareggiate notturne, in una profondissima grotta senza luci o vie d’uscita, sulla legna scricchiolante di un villaggio devastato, non siamo mai soli. È un continuo ribattere di dialoghi, commenti e voci che incalzano, il risultato di un lavoro di scrittura di alto livello, che dà al racconto una dimensione ulteriore e lo arricchisce di una profondità sorprendente. È lì, poi, che il confine del reale si assottiglia, e quello che sembrava vero si dissolve in una nuvola di polvere, e i passi e le voci in lontananza sono in un attimo dietro di noi, o forse già sparite per sempre, e ce ne rendiamo conto nel momento stesso in cui cerchiamo di capire di cos’è fatto il mondo reale, e di chi o cosa possiamo fidarci.

Un tale livello di immersività sonora è impreziosito da un risultato visivo eccezionale. Il mondo creato da Ninja Theory è il risultato di un lavoro tecnico ineccepibile, che ci fa persino perdonare un’interazione ambientale inesistente o l’ineleganza delle macchie bianche sulle pareti su cui si può salire o da cui si può scendere. Muovere Senua nel mondo di Hellblade II è muoversi dentro un quadro iperrealista, ed è impossibile non fermarsi di tanto in tanto ad ammirare le viste mozzafiato di cui è costellato il viaggio, complice anche una protagonista dal passo estremamente lento (giocherete per tutto il racconto col dorsale premuto) che ci costringe a percepire i movimenti, sentire il peso dello spostarsi.
Un altro aspetto in cui il gioco eccelle è nella regia e nella resa dei combattimenti, che rappresentano uno dei due momenti in cui si gioca veramente. Gli scontri sono dinamici e avvincenti, e sebbene portino con sé dei chiari limiti, come i soli due attacchi a disposizione, un’insufficiente varietà di nemici da combattere e una pressoché totale mancanza di strategia, sono capaci di inventarsi delle soluzioni che funzionano e restituire un feedback più che convincente. Ogni fendente andato a segno è una soddisfazione fisica, ogni parry o schivata perfetta ci fa veramente sentire padroni dell’arena, e i colpi incassati sono pesanti e fanno male. Grazie al flusso audio binaurale nelle orecchie, animazioni allo stato dell’arte e una regia furba e brillante, in grado di addolcire e confondere il confine tra le sequenze scriptate e il gameplay vero e proprio, durante le battaglie diventiamo Senua, facciamo nostra la sua fatica e ne accogliamo la rabbia, accompagnandola in una danza che ci trascina e sa cosa fare per emozionarci.

Dove invece il titolo non funziona è nel solo altro momento in cui si gioca davvero. Seguendo le orme del primo capitolo, anche qui il cammino di Senua è interrotto di tanto in tanto da puzzle ambientali, che prevedono di andare a cercare nello scenario determinati simboli, giocando un po’ con le inquadrature e manipolando qua e là gli ambienti, comunque in modo molto limitato. Il livello di sfida è minimo, e in generale nessuna di queste soluzioni appare particolarmente riuscita o ispirata: l’impressione, anzi, è che questi momenti interrompano inutilmente lo scorrere dell’avventura, frenando il ritmo in un modo anche vagamente fastidioso.

“Serve qualcuno che possa vedere il mondo per come potrebbe essere, e non per com’è”, ci dice a un certo punto la voce narrante. Senua’s Saga: Hellblade II è una storia che parla di speranza, di lotte e conflitti interni ed esterni, e ci insegna quanto è importante vedere il mondo in prospettiva, cambiare punto di vista, dare un nome alle cose per renderle reali. Il viaggio di Senua è bellissimo da vedere e sentire, è un racconto che trascina e in grado di emozionare, sebbene dia la sensazione di non riuscire ad andare davvero fino in fondo. È quando parla il linguaggio proprio del videogioco, invece, che a volte si perde: a fronte di un sistema di combattimento riuscito e incalzante, pure se con diversi limiti, i momenti di esplorazione e puzzle sono poco ispirati, e finiscono per rallentare il ritmo della narrazione in modo innaturale e discontinuo.
Come con il primo capitolo, il risultato è qualcosa che più che un gioco ricorda un’esperienza sensoriale: breve e densa, e in qualche modo indimenticabile.

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Senua’s Saga: Hellblade II

21 Maggio 2024

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Razril
1 mese fa

Caspita però..che dispiacere constatare che non tutte le fasi siano perfettamente a fuoco

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