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Recensione calcolo...

La recensione di Sand Land

Il mondo immaginato da Akira Toriyama porta con sé l'avventura e il senso del viaggio, in quello che sembra un grande parco giochi a tema.

24 Aprile 2024, alle 17:04

Nella mia memoria di adolescente appassionato di manga esistono almeno due Akira Toriyama. Il primo è quello della commedia slapstick, con un amore incondizionato per il non sense, che non ha paura di fare battute volgari. È il Toriyama dei racconti brevi e soprattutto di Dr. Slump e Arale e del primo arco narrativo di Dragon Ball, con Goku bambino, l’amicizia con Crilin, le gag sexy di Bulma e lo spirito antimilitarista con cui ridicolizza il Red Ribbon. Il secondo Toriyama è quello più solenne, quello dei battle shonen di Dragon Ball Z, o quello dei fantasy à la Dragon Quest. In entrambi i Toriyama c’è sempre e comunque contaminazione dell’altro: in Dragon Ball Z persistono i siparietti comici, sebbene l’atmosfera sia decisamente più seriosa; in Dr. Slump e Arale non mancano gli scontri tra androidi, come quelli con il mitico Atomino, omage all’Astro Boy di Tezuka.

Dopo la lunga parentesi di Dragon Ball, Toriyama decise di dedicarsi a un progetto più personale. Intorno agli anni 2000 rinunciò ai collaboratori per impegnarsi con una piccola storia su un uomo e il suo tank: Sand Land. Se ne pentì, poco dopo, quando Sand Land si rivelò più impegnativo del previsto; perché tra tutte le straordinarie qualità di Toriyama sensei non si può dire che fosse uno che amava lavorare. Se siete fan di vecchia data ricorderete le sue numerose dichiarazioni in cui ammetteva di ridursi puntualmente agli ultimi giorni di consegna per inviare il materiale all’editore. Leggenda vuole che i capelli biondi del Super Saiyan siano nati proprio dalla precisa intenzione di velocizzare le pratiche di colorazione in vista della scadenza. Che grande.

Sand Land racchiude in sé gli elementi della narrativa di Toriyama e soprattutto una caratteristica che accomuna tutta la sua produzione: la passione per veicoli, tecnologie, ibridazioni. I dettagli futuristici che animavano la moto di Bulma, l’ingegnosità delle capsule rimpicciolenti Hoi Poi (che qui tornano in grande spolvero), ma allo stesso tempo anche gli attrezzi improbabili, come l’astronave monoposto con cui Freezer andava a spasso su Namecc, gli innesti cyborg, i mecha da combattimento. C’è sempre stato in Toriyama questo amore per le mani sporche di grasso, per le meraviglie del possibile che avrebbero portato ad androidi come Arale-chan o come i fratelli C17 e C18.

Questo spirito da sognatore e la narrativa spensierata ma puntuale sono le caratteristiche che ho preferito nel videogioco di Sand Land. D’altronde la storia è molto semplice: Belzebub, il principe dei demoni, parte insieme a Thief, un suo sottoposto, e a Rao, un anziano umano, alla ricerca di una sorgente d’acqua segreta che risolverebbe i problemi di siccità del mondo. C’è molto del primo arco narrativo di Dragon Ball: il viaggio, l’avventura, la ricerca di una leggenda che potrebbe miracolosamente risolvere i problemi dei personaggi. E poi questo spirito antimilitarista che emerge prepotentemente sia dal background di Rao, sia dal rapporto tra umani e demoni. C’è quasi un’eco di Devilman, con i diavoli in realtà solidali e gli uomini fratricidi e guerrafondai. Il background narrativo è molto stimolante, e dà spazio a parentesi capaci di alternare momenti da commedia ad altri più seriosi. C’è inoltre un amore evidente di Toriyama per i demoni: una comunità di esseri puri, dove non esistono guerre e discriminazioni. È bella e nuova l’idea che soffrano perfino dell’avidità umana, costretti a errabondare in cerca d’acqua, risorsa necessaria alla loro sopravvivenza.

In generale, nonostante le tematiche profonde e tristemente attuali, l’atmosfera del videogioco è spensierata, grazie anche ai protagonisti sopra le righe e a una resa grafica sempre colorata. La tecnica utilizzata è squisita e restituisce un effetto a metà strada tra anime e fumetto perfettamente riuscito. L’ambientazione, sebbene non sia particolarmente densa (d’altronde per buona parte dell’avventura siamo nel bel mezzo del deserto), ha un fascino estetico non indifferente. Anche il design dei personaggi è irresistibile, con rimandi palesi ai lavori precedenti del mangaka e chicche che chi segue da tempo le sue opere non potrà non notare.

Dove il videogioco scricchiola un po’ è nelle meccaniche ludiche. Non c’è niente che non funzioni a dovere, si ha soltanto la sensazione che a livello di gameplay il titolo non riesca ad andare mai in profondità, limitandosi a rappresentare un enorme giocattolone che sicuramente farà la gioia degli amanti di Sand Land o, più probabilmente, di Toriyama in toto. L’azione avviene perlopiù all’interno dei mezzi di trasporto: moto, tank, robot salterini, automobili, mecha, hanno tutti caratteristiche uniche che consentono di affrontare diversi nemici ed esplorare certe zone. Il carro armato, per esempio, può abbattere massi e ostacoli, la moto è così veloce da superare i gorghi delle sabbie mobili e il mecha può afferrare e spostare oggetti. La loro natura situazionale viene fuori maggiormente nei dungeon, dove gli enigmi proposti vanno superati impiegando le peculiarità di ogni mezzo, in un’interessante rilettura del classico schema à la Zelda con l’oggetto appena guadagnato che permette di oltrepassare gli ostacoli del sotterraneo.

Anche il modello di guida è funzionale, divertente e non troppo complesso. I mezzi sono il centro nevralgico del gioco, nonché lo strumento che vi troverete maggiormente a modificare, far crescere, craftare. La possibilità di personalizzarli cambiando pezzi, creando nuovi motori, cannoni o mitragliatori, di installare chip aggiuntivi o funzionalità speciali, permette un buon grado di personalizzazione, anche se le tipologie di armi da montare sono definite in partenza e non c’è granché spazio alla sperimentazione.

Dove le cose si fanno meno convincenti è nei – pochi – segmenti di gioco a piedi, quando si è costretti a menare le mani con un sistema di combo, mosse e schivate decisamente ingessato, o a vedersela con un approccio stealth proprio da ripensare, abbozzato e poco stimolante. Fortunatamente per la maggior parte del tempo si sta seduti alla guida dei mezzi, ma capiterà di dover scendere e stringere i denti di fronte a un impianto più che basico, che nemmeno i level up di abilità o mosse aggiuntive del personaggio riescono ad ampliare.

In fin dei conti ho giocato a Sand Land sempre con il sorriso sulle labbra, ridacchiando durante le fichissime scene d’intermezzo e perfino colpito da alcune tematiche e scelte narrative coraggiose. Con caratteri dall’aspetto buffo che nascondono storie profondamente drammatiche e tormentate. Tipico di Toriyama. Nonostante mi sia affezionato ai personaggi e alle vicende, con il pad in mano invece non mi sono mai sentito sorpreso, né nell’avventura classica ambientata tra le dune desertiche di Sand Land, né nelle foreste rigogliose di Forest Land, ovvero l’arco narrativo inedito del videogioco che verrà in seguito canonizzato nell’anime. La sensazione è stata quella di trovarmi in un enorme playground, un parco a tema Akira Toriyama, in cui il divertimento è sorretto da meccaniche genuine, elementari, semplici. Forse troppo.

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