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Recensione calcolo...

La recensione di Open Roads

Una visual novel sui ricordi e i segreti di una famiglia, e un racconto che non riesce mai a trovare la giusta dimensione.

2 Aprile 2024, alle 10:04

Open Roads prende parecchio sul serio quella cosa per cui ciò che conta è il viaggio, e quasi mai la destinazione. E di viaggi, nel titolo degli ex Fullbright, ce ne sono tanti, continuamente: c’è l’esplorazione di una casa che sta per essere venduta, che affida ai suoi oggetti il compito di raccontarci il passato; ci sono dei veloci momenti per strada, in macchina, nient’altro che brevi cesure tra diverse parti della storia; e poi luoghi abbandonati, dimenticati tra la polvere di qualche cassetto della memoria, che portano con sé misteri e suggestioni nel cuore di qualcuno che abbiamo sempre creduto di conoscere, ma che forse non abbiamo mai conosciuto davvero.
In fondo sono argomenti universali: Open Roads parla di una famiglia, che come tutte le famiglie si divide allo stesso modo in persone e luoghi, piccoli e grandi contrasti, segreti tenuti in soffitta, qualcosa che è meglio non dire o che è meglio dire così, in questa versione e non in quest’altra, per non far preoccupare nessuno.

Siamo nei primi anni duemila, in una cittadina americana. C’è stato da poco l’attacco alle Torri Gemelle, i cellulari cominciano ad avere uno schermo che contenga più di una riga di testo, e il web design comincia ad essere un lavoro vero, pagato abbastanza da permettere l’acquisto di biglietti aerei nazionali. È la storia di Tess, che ha sedici anni, e della madre Opal, che dopo la morte della nonna Helen sono costrette a lasciare la casa in cui hanno vissuto fino a quel momento, che sta per essere venduta. Non hanno aiuti e mancano i soldi: il padre di Tess ed ex marito di Opal è andato a cercare fortuna in un altro stato, mentre la zia August sembra non dare loro l’aiuto di cui avrebbero bisogno.

Ma ancora prima dei personaggi, con cui a parte Opal non avremo quasi mai rapporti diretti, i protagonisti del gioco sono i luoghi, quello che rappresentano e i ricordi che conservano. Tramite gli occhi di Tess cominciamo a esplorare una casa che sta per essere svuotata, e in quella strana atmosfera di pace che precede il caos di un trasloco abbiamo il tempo di esaminare ogni oggetto, immaginarne l’inizio e il destino finale, incuriosirci con riviste del secolo scorso e curiosare tra lettere e cartoline scritte da altre persone e destinate ad altre persone, fino a intravedere i contorni di un mistero che farà da principale propellente all’avventura.

E ogni tanto uno di questi oggetti ci permette di richiamare l’attenzione di Opal, dando vita a brevi dialoghi che aiutano a dare forma al racconto, e ci fanno capire la storia di quella casa e delle persone che l’hanno abitata. E il rapporto tra madre e figlia, a proposito, è un altro dei punti cardine del gioco: le due, interpretate in modo convincente da Kaitlyn Dever (Last Man Standing, e sarà Abby nella seconda stagione di The Last of Us) e Keri Russell (Felicity, Running Wilde), tengono le redini della relazione su cui si basa l’intero racconto. È dai loro occhi, dai loro scambi e dai loro brevi contrasti che capiamo quello che succede, mentre le vediamo farsi strada in uno dei momenti in teoria più difficili della loro vita. In teoria, perché quello che succede viene raccontato con una leggerezza che non fa parte della vita reale: parlano di morte e divorzio, del non avere certezze, del non sapere dove vivere, eppure lo fanno in un modo che rende i momenti drammatici solo su carta. Non c’è un vero scontro, manca quasi del tutto il conflitto, e anzi l’unico vero contrasto credibile e acceso tra le due protagoniste riguarda un paio di scambi su un cellulare dimenticato nella stanza di un motel, una questione comunque piuttosto irrilevante ai fini della storia. Sembra quasi, tornando a quella forma di tutela comunicativa che tante famiglie operano su sé stesse, che anche qui ci siano cose che non si possono dire, qualcosa di cui è meglio non parlare: e allora, come nella vita vera, si perde l’occasione di una crescita, i personaggi rimangono nei loro ruoli, e le tre ore scarse necessarie per arrivare ai titoli di coda non riescono a chiudere il cerchio di una storia che sembra non cominciare mai per davvero.

Soprattutto perché il mistero che dà origine al viaggio non giustifica il tempo speso, né nelle premesse né nell’esito finale. È vero che si percepisce fin da subito una certa ripetitività nel gameplay, eppure esplorare l’abbandono dei luoghi di Open Roads è un’attività sufficientemente riuscita, soprattutto grazie a una resa degli ambienti sempre efficace, che davvero sembra riportarci a mondi ed esperienze passate o parallele. Ma l’impressione è che alla base non ci siano dei motivi abbastanza forti per farlo, e che anzi le diverse location introdotte nel gioco siano soltanto una scusa per raccontare il passato di una famiglia, nemmeno troppo turbolento o sorprendente, e cercare di incastrarci qua e là qualche cliffhanger di dubbia riuscita.
Peccato poi per dei momenti in macchina che sanno di occasione sprecata, rimanendo confinati a semplici intermezzi tra i punti d’interesse: si può controllare la mappa, pasticciare con la radio, Tess può inviare qualche SMS a suo padre o alla sua amica Francine, ma niente di più. Eppure sarebbe bastato qualsiasi piccolo espediente narrativo – l’incontro con qualcuno di sconosciuto, una ruota bucata, una sosta in un diner – per dare un po’ di varietà alle situazioni, introdurre un ostacolo inaspettato, giocare un po’ con l’imprevisto; dare, insomma, l’opportunità a madre e figlia di superare davvero qualcosa insieme, un problema che andasse un po’ oltre le piccole indagini tra vecchie lettere e cartoline ingiallite.

Open Roads è una visual novel che sembra finire prima di cominciare davvero. Nonostante un setting suggestivo – l’America fuori dalle metropoli ha sempre un fascino particolare – la storia non trova mai una reale dimensione di crescita, e il rapporto tra le due protagoniste, pensato evidentemente come il cuore della narrazione, si ferma prima di riuscire a innescare un reale momento di trasformazione, tantomeno vere e proprie rese dei conti. Un mistero che finisce per essere estremamente debole chiude il cerchio di un racconto che si concentra troppo sul passato, limitando il presente soltanto a qualche breve momento di leggerezza, che finirà tra i nostri ricordi come un vecchio album che non cercheremo mai.

atacore.it
5

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