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La recensione di Elden Ring: Shadow of the Erdtree

La recensione della grande espansione di FromSoftware.

Scorri verso il basso

Il regno dell'ombra come occasione per sfidarsi e mettersi in gioco, ancora una volta.

Da diversi anni gira questa storia su Hidetaka Miyazaki, creatore della serie Dark Souls e di Elden Ring, che da bambino lo si vedesse spesso nelle biblioteche pubbliche di Shizuoka, città dov’è nato. Qui, in assoluto e religioso silenzio, scorreva col ditino gli scaffali dei fantasy in lingua inglese e poi, come un piccolo fantasma, si sedeva in un angolo a leggerli. Ma il giovane Miyazaki non conosceva l’inglese al punto di capire proprio tutto di ciò che leggeva, e quindi procedeva a frammenti, pigliando suggestioni a destra e a manca, cucendo insieme i pezzi di quello che riusciva ad afferrare. Questo spiegherebbe perché le sue storie sono perlopiù ambientate in un medioevo dark fantasy molto europeo, e anche il suo peculiare modo di raccontare questi mondi mai definiti, sempre eterei, composti da schegge, come quelle di un mosaico che è andato in frantumi. Non so se la storia è vera oppure no, ma è una bella storia e in quanto tale va rispettata. Certo, verrebbe da chiedersi: ma chi glielo faceva fare? C’erano migliaia di libri tradotti in giapponese, forse anche gli stessi che stava leggendo lui. Perché complicarsi la vita così?

La Costa Cerulea è uno dei nuovi luoghi che ho preferito.

Miyazaki lo fece ancora arrivato ai trent’anni, età in cui, nella società giapponese, o sei arrivato o sei bollito. Miyazaki era arrivato ma voleva essere bollito. Lavorava per la multinazionale americana Oracle. Un lavoro sicuro, da colletto bianco, con uno stipendio da favola e tutto il prestigio di sgobbare per un’azienda con sedi in tutto il mondo. Qualsiasi neolaureato giapponese avrebbe fatto carte false per essere al suo posto, e probabilmente anche lui era abbastanza soddisfatto. Questo prima di provare ICO di Fumito Ueda. Perché subito dopo mandò una candidatura spontanea a FromSoftware, chiedendo di poter lavorare per loro. Era disposto a partire dal fondo della fila. Avranno pensato che fosse matto come un cavallo, e avevano ragione. Ma Miyazaki voleva fare ICO e From Software al tempo non se la passava bene come adesso, e quindi avevano accettato la proposta. In poco tempo Miyazaki aveva preso un videogioco in sviluppo, che l’azienda considerava già un fallimento, e l’aveva trasformato in un successo. Nella nascita di un nuovo genere. Aveva tirato fuori dal cilindro Demon’s Souls.
Nove anni dopo quella candidatura spontanea, Hidetaka Miyazaki era diventato il presidente di FromSoftware. Ma quante vite aveva vissuto prima di arrivare a quel momento? Quante volte era uscito dalla sua zona di comfort per sfidarsi, per tendere l’esistenza fin quasi al punto di rottura, senza mai mollare?

Inizio questo articolo parlando di Miyazaki e di zone di comfort per due motivi: il primo è che anche io, come il buon Hidetaka, sto passando un periodo lavorativo da tabula rasa, quindi è una storia che sento molto vicina; il secondo è che il nostro caporedattore qua su atacore.it, Fabio Canonico, quando mi ha consegnato in anteprima il codice di Elden Ring: Shadow of the Erdtree, alludendo alla sua conclamata difficoltà, mi ha chiesto: ma chi ve lo fa fare?
Ci ho ragionato su, per dargli una risposta, che gli arriverà nei denti sotto forma di una recensione da diecimila caratteri. Così, credo, non mi domanderà mai più nulla. Ma è una risposta complessa. Diciamoci la verità: quante volte nella vita capita di mettersi realmente alla prova? A me non molte, e quando succede l’affronto sempre con un mix di ansia e inadeguatezza. I videogiochi esistono anche per questo motivo, per esorcizzare certe paure testandole su un campo neutro, virtuale, dove sbagliare non ti porta al fallimento, semmai al miglioramento personale. E cos’è Elden Ring se non un continuo sfidare la propria zona di comfort? Il gioco base era una rilettura inedita dei lavori precedenti del team, con la meccanica dell’open world che ti costringeva a mettere in discussione l’idea di progressione degli altri souls. Certo, dopo oltre 150 ore di gioco, anche Elden Ring era diventata una zona di comfort. Con una build costruita a puntino per rompere il gioco, anche uno dei titoli più intransigenti del mercato mainstream poteva essere domato. Ecco, con Shadow of the Erdtree From Software punta proprio a minare tutta questa sicurezza. E a farti cambiare per sopravvivere. Ancora una volta.

L'arrivo alla Piana dei Sepolcri è in grado di togliere il fiato.
Entrare nella Piana dei Sepolcri, la prima delle nuove aree del DLC, ti provoca un paio di sensazioni per niente banali. Prima di tutto la meraviglia. Non so quale patto col diavolo abbiano stretto a From Software, ma pur essendo un gioco di tre anni fa – e già non incredibile a livello tecnico – l’orizzonte che ti accoglie in Shadow of the Erdtree è praticamente un’opera d’arte.

Il grande Albero Ombra si staglia contro un cielo giallo ornato di veli trasparenti che mettono in chiaro che esiste una separazione fisica tra questa realtà e quella che abbiamo calpestato per tutte le ore precedenti. E poi, in lontananza, decine di punti d’interesse: cittadine bruciate, promontori sormontati da guglie, colonnati, templi, mausolei che scendono in oscuri sotterranei. È una percezione familiare per chi ha trascorso molte ore in Elden Ring: quella che ci sia un dungeon master che ha preparato decine di possibili avventure solo per te. L’altra sensazione che ti aggredisce è l’inadeguatezza, perché presto ti rendi conto che tutti i nemici sono in grado di frantumarti con un paio di colpi. Ti sospingono a schiaffoni fuori dalla tua sicurezza, e sei costretto a ripensare piuttosto in fretta al modo di giocare, finché non capisci il perché: From Software ha cambiato totalmente il sistema di progressione.
Immaginate che incubo che dev’essere stato bilanciare il DLC di un videogioco come Elden Ring. Un titolo dove puoi continuamente rompere il sistema. Conosco amici che duplicando rune si sono spinti fino al livello 500. Altri hanno affrontato l’avventura in velocità, chiudendo attorno al livello 100. Io stesso ho iniziato Elden Ring: Shadow of the Erdtree più o meno al livello 160. E poi c’è la nutrita schiera di giocatori che ci arriverà in NG+ o in NG+2 (o 3, o 5!). Come fare perché sia adeguatamente difficile per tutti? Una delle risposte è stata di ritoccare la difficoltà verso l’alto.
L’altra è un cambio radicale al sistema di progressione: il livello del personaggio assume un’importanza relativa e diventa invece fondamentale il potenziamento attraverso i nuovi frammenti di Albero Ombra. Questi regalano al personaggio un potenziamento percentuale permanente. Una meccanica che fa nettamente la differenza quando si tratta di affrontare i nemici più tosti, ed è una trovata intelligente, sia perché così si riesce a bilanciare le grandi differenze tra i giocatori che varcano le soglie del Regno d’Ombra, sia perché ti costringe a cambiare nuovamente paradigma mentale.

Shadow of the Erdtree è ancora un po’ di Elden Ring (un bel po’, ho impiegato più di 30 ore per terminarlo), con tutte le sue caratteristiche spesso sgradevoli e per questo irresistibili. A volte diventa una guerra al trial and error, con i boss che ti sciolgono in uno o due colpi. Penso che From lavorerà ancora sul bilanciamento. Non c’è bisogno che vi dica che questo DLC contiene alcune delle aree più difficili di tutto Elden Ring. Forse, le più difficili in assoluto. E non è solo lo scontro con i suoi nemici più potenti (alcuni dei quali mi hanno fatto fare le ore piccole per farli fuori), ma è proprio la navigabilità delle mappe la vera sfida. Una geografia aliena, intricata, a volte escheriana. Forme di vegetazione aggressive hanno divorato il terreno tingendo tutto di un blu corallo intenso; uno strato di nebbia spettrale, sottile come un velo, ammanta le pianure punteggiate da lapidi fantasma che spuntano dal suolo come funghi. Villaggi sommersi, e d’improvviso un fogliame così fitto da sembrare la foresta amazzonica. All’interno dei grandi castelli che rappresentano i nuovi legacy dungeon, scale e ascensori, scaffali semoventi e nemici pronti all’agguato dietro ogni angolo. Una miriade di viuzze che portano a zone segrete, che viaggiano perfino sotto la mappa. C’è un muro invisibile talmente ben nascosto che mi ha tolto il sonno per giorni. Alcune zone fanno il paio con la stranezza corallina di Caelid, altre sono ancora più insondabili, come fondali marini i cui abissi sono prosciugati. Esplorarle significa andare a tentoni, e la sensazione asfissiante di girare di nuovo senza mappa (che va trovata) è straordinaria e terrorizzante.

Cieli gialli, screziati d’oro, e le rune di Miquella.

Forse questi luoghi non avranno l’effetto dirompente di Elden Ring, perché quell’estetica è ormai stata assorbita, ma sanno stupire per la straordinaria capacità scenica che ha FromSoftware di regalarti sempre un punto di vista privilegiato, così che la prima volta che visiti un luogo sia anche la più bella. Che sappia toglierti il fiato per la maestosità. Sono frammenti di storie, dal paradiso dei campi fioriti alle foreste che paiono uscite da un horror, ed ecco perché mi viene in mente quel racconto di Miyazaki che saltava da una parte all’altra dei suoi libri, ingoiando pezzi di mondi, creando miscugli unici. Ed è questo probabilmente il più grande pregio del suo videogioco, di lasciarti stordito per una visione d’insieme unica, inedita. Il cervello la beve, assetato, perché è come cadere su un pianeta alieno. Elden Ring: Shadow of the Erdtree è in tal senso pura esplorazione, non solo banalmente quella affidata alle dita del giocatore, agli input del personaggio che si muove alla ricerca di qualcosa. È l’esplorazione degli occhi, che vanno in cerca di un punto di riferimento, che si aggrappano a chiese, altari, case, strutture distanti, a tutto ciò che evidenzia la presenza umana in un mondo sconosciuto. 

Alcuni dei vecchi nemici sono tornati, più arrabbiati di prima.

Dopo centinaia di ore, non sono più gli equipaggiamenti unici a rappresentare la ricompensa più ambita, ma è l’adrenalina di trovarmi davanti a un luogo che sappia stupirmi, di avvicinarmi a un nemico fenomenale, che probabilmente mi metterà i bastoni tra le ruote e mi costringerà a uscire dalla mia zona di comfort. A mettere in discussione le mie sicurezze, la mia vita. Perché c’è di sicuro un modo per rendere più efficienti quei talenti che, fino a quel momento, consideravo ben spesi. E questo non ha prezzo, specialmente in un mondo di sfide che spesso pensiamo di non poter superare. Invece, cadiamo e ci rialziamo. Finché avremo fiato.

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Dronz
1 mese fa

Recensione bellissima da leggere e vedere, i miei complimenti all’autore

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