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Monster Hunter: pensieri bestiali su vent’anni di caccia mostruosa

La caccia al mostro che diventa la ricerca di un significato, come grande metafora della natura umana.

19 Marzo 2024, alle 10:03

Io ti ho ucciso, ed io non recherò onta alla vita che ti lascia. La mia esistenza da oggi e per sempre dovrà essere degna della tua morte”.
William Faulkner, Big Woods

Una premessa prima di celebrare una serie venatoria come Monster Hunter:  chi scrive abomina la caccia, intesa come attività sportiva o scellerato, aristocratico e necrofilo passatempo. Tuttavia la caccia al selvatico è stata necessaria e imprescindibile per la sopravvivenza della specie e in qualche rara parte del mondo lo è ancora. L’idea della caccia è inoltre utile per ribadire oggi, e ammonirci con il ricordo delle sue antiche, dimenticate pratiche, che l’essere umano è bestia tra la bestie.

Malgrado si tratti di “mostri” in un ambiente credibile ma favoloso, il motore ludico di Monster Hunter, dal suo esordio su PlayStation 2, è sempre stato quello di massacrare bestie terribili o meravigliose, attività non universalmente accettabile secondo soggettivi , diffusi e più che rispettabili valori etici. D’altronde la caccia è morte, a priori della sua necessità, ed è comprensibile che ci sia chi trova inammissibile anche solo una simulazione di questa pratica, anche se tra i tanti che vituperano con una propria coerenza ogni attività venatoria virtuale è senza dubbio un atteggiamento ipocrita quello di chi spara comunque senza remore ai simulacri umani di uno “sparatutto”, di chi si nutre spensierato di un hamburger la cui carne giunge da chissà quale allevamento intensivo, i cui scarti divengono inoltre il contenuto del cibo in scatola per i tanti cani e i gatti “umanizzati”, che abitano vezzeggiati le case opulente del mondo “di sopra”.

Nei suoi due decenni di esistenza il valore critico di Monster Hunter verso la caccia sportiva o ricreativa, come quella inaccettabile alla volpe dei nobiluomini inglesi ad esempio, può risultare evidente in ogni episodio dove la bestia è invece perseguita ai fini della vita, intesa come nutrizione e spesso anche minaccia per l’ambiente. Nulla si spreca in Monster Hunter (è fondamentale quel “mostro” del titolo per ribadire lo scenario mitologico e fantastico), tutto serve, dalla bianca carne flaccida del Khezu alla sua sacca tonante, dal rubino del Rathalos alla carne dell’inoffensivo Apceros, per cuocere bistecche gustose con lo spassoso e melodico minigioco. Ma, soprattutto, i resti dei mostri servono per costruire armi ed armature, sono utili per affrontare creature sempre più minacciose, e questo ha un significato profondo, filosofico, che può sfuggire: il cacciatore diviene a sua volta mostro, assume le sue sembianze, utilizza i suoi artigli e non si tratta più di civiltà contro natura, di umanità contro ciò che è selvaggio, ma di mostro contro mostro, ad armi pari.

Ecco dunque che subentra la questione cavalleresca di una tenzone che va oltre il significato di caccia, un’idea evidente forse solo quando si gioca da solitari, senza l’ausilio di altri cacciatori, soprattutto per quelle missioni pensate proprio per la cooperazione, dove le bestie sono assai più  cattive e punitive. La possibilità di eseguire anche in singolo quelle imprese venatorie concepite per più giocatori è uno dei grandi pregi di Monster Hunter, qualcosa che si spera non latiti mai, come ad esempio mi ricordo successe nel primo Tri per Wii, un errore rimediato successivamente con la sua espansione sviluppata per Nintendo 3DS e Wii U. Senza nulla togliere al valore ludico e strategico della cooperazione in Monster Hunter, soprattutto quando si stratta di quella in locale, giocare in single player e sconfiggere le minacce più temibili offre al cacciatore, e in maniera ancora più estrema, perché costa una fatica lunga e notevole, un sentimento di trionfo comparabile solo a quello offerto oggi dalla sconfitta di alcuni nemici dei videogame animistici di FromSoftware. Diventare mostro quindi, per cacciare i mostri, come il celeberrimo sguardo nell’abisso di Friedrich Nietzsche. “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare un mostro egli stesso”.

Diventando Mostri in Monster Hunter ci liberiamo in una maniera simbolica da questo timore, dalla attenzione alla quale fa riferimento il filosofo, scateniamo la bestia interiore dimostrando l’ancestrale, inevitabile ferinità dell’essere umano in una negazione dello specismo, quindi della considerazione di inferiorità di altri esseri viventi rispetto all’Homo Sapiens Sapiens. Quello che avviene in Monster Hunter (sebbene vi siano armamentari che derivano dalla raccolta di risorse minerali o vegetali, ulteriore prova della simbiosi con la natura che alimenta l’evoluzione di questi videogiochi) è una specie di licantropia, ovvero la metamorfosi somatica e mentale in un animale. Un concetto ribadito anche dagli ispirati due episodi di Stories che tentano di emanciparsi dallo spirito venatorio della serie per indurci a instaurare un rapporto non competitivo con il mostro: tuttavia, anche qui si tratta sempre di animali contro animali, in conflitti che solo in una maniera apparente possono apparire eticamente più sostenibili.

C’è inoltre un significato ulteriore in Monster Hunter, oltre queste sue metafore sulla natura umana, che sconfina nelle regioni dell’innaturale, quindi del divino. Alcune creature, bestie leggendarie, si ammantano del Tremendo della divinità, sebbene la loro eventuale sconfitta dimostri infine il contrario; quindi nel loro fallimento si può leggere il trionfo della ragione sull’irrazionale e sul terrore irragionevole che questo alimenta. Il risveglio dal quel torpore della ragione che secondo Goya, appunto, “genera mostri”, intesi nella loro innaturale, o meglio sovrannaturale, manifestazione.

Quante speculazioni possono sorgere da un videogame dove si cacciano animali fantastici, si raccolgono funghi, si pescano strani pesci e si picconano rocce… Un videogioco che nella maniera degli antichi bestiari medievali ha arricchito l’immaginario collettivo di una fauna straordinaria, come forse solo Pokémon è riuscito a fare.

Insomma,  mai equivocare Monster Hunter come attività ludica superficiale e dissennata, violenza immorale e anti-educativa contro le meraviglie della vita animale. Monster Hunter non nega la grandiosa bellezza della Natura e non la offende mai, ci fa guardare tuttavia oltre la sua superficie, per indurci a cogliere anche la sua leopardiana indifferenza, la generosità talvolta ingannevole e capricciosa, la crudeltà.
A caccia di mostri quindi, come a caccia di un significato, quello della nostra esistenza di esseri umani su un pianeta che ci illudiamo sia di nostra esclusiva appartenenza.

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