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La vita, la morte e il terrore nello spazio di Outer Wilds

Il mondo immaginato da Mobius Digital porta con sé le domande principali dell'esistenza, in un racconto dal respiro universale.

22 Marzo 2024, alle 10:03

C’è una cosa che si chiama paradosso dell’informazione dei buchi neri. È una cosa piuttosto complessa e non sono un astrofisico, quindi cercherò di spiegarla nel modo più semplice possibile e per come l’ho capita io. Il fatto è che non esiste nessun fenomeno naturale in grado di distruggere delle informazioni. Esistono sempre, da qualche parte: può cambiarne lo stato, la posizione, la direzione, la forma, ma non è possibile che spariscano. E conoscendo lo stato attuale di qualcosa (pensate a un foglio di carta) è possibile ricavarne il futuro (pensate a un foglio di carta che brucia), e dal futuro ne si può calcolare il passato (pensate ai resti di un foglio di carta bruciato). Questa cosa si chiama unitarietà.
Poi ci sono i buchi neri, questi misteriosi corpi celesti con un’attrazione gravitazionale così forte che nemmeno la luce riesce a scappare da loro per arrivare ai nostri occhi (è per questo che li vediamo neri), che cambiano le carte in tavola creando questo paradosso. Se è vero che non c’è niente che si possa distruggere, e qualsiasi fenomeno fisico che abbiamo osservato nella nostra realtà al momento conferma questo assunto, allora dove va a finire tutta la materia che entra in un buco nero? Dove vanno quelle informazioni? Si perdono per sempre o è possibile ricostruirle, in qualche modo e in qualche tempo?
Non abbiamo ancora una risposta a queste domande.

Comunque penso spesso ai buchi neri, in diversi momenti della mia settimana. Sono abbastanza certo che se esistesse una statistica, una media del numero delle volte in cui un essere umano pensi ai buchi neri durante il giorno, io ne sarei di parecchio al di sopra. Insomma, mi capita di immaginare di essere dentro la mia tuta spaziale, guardare in basso e vedere questo enorme corpo scuro avvicinarsi lento e inesorabile, e intanto il gas e i detriti e le luci del disco di accrescimento che ci finiscono dentro senza nessuna speranza di uscire. Ci finirò dentro anch’io tra poco, mi dico, e anch’io non avrò speranza. Intanto mentre cado lo vedo crescere e crescere, e guardo in alto e il resto dell’universo diventa una bolla dietro di me, un cerchio che si restringe, l’orizzonte che scompare, una mano che si chiude a pugno. E poi niente, ed è esattamente questo il momento centrale, il nucleo di tutto: apro gli occhi e mi investe un senso di ammirazione e terrore, proprio nel punto in cui quello che sappiamo si separa da quello che non sappiamo, nel momento in cui il destino delle informazioni diventa oscuro e imprevedibile (e pensavo: non è questo il sigillo della razza umana? Spingere quel limite sempre un po’ più in là?).

Meglio non farsi ingannare dai colori e le forme amichevoli, né dai marshmallow da abbrustolire sul fuoco prima di partire: Outer Wilds è un gioco sul terrore, nella misura in cui il terrore è fatto delle cose che non conosciamo, insieme gentili e accoglienti e violente e impietose. Siamo liberi, e lo siamo da subito: una volta recuperati i codici di lancio (l’unico vero “fai questo” imposto dal gioco) possiamo prendere la nave spaziale e partire, uscire dall’orbita del nostro pianeta ed esplorare il sistema solare. Ma a differenza di quanto si vede altrove, e fuori dalle gare dei record di grandezza, qui l’universo del gioco è relativamente piccolo, sicuramente finito, eppure a suo modo sorprendentemente denso. Ogni corpo celeste di cui calpestiamo la superficie ha le sue caratteristiche particolari, e si regge e funziona su un sistema di regole specifiche, tali da renderlo un piccolo mondo a sé, una specie di rompicapo che custodisce un segreto. E allora ecco un oceano fatto di colonne d’acqua, ecco un buco nero che divora un pianeta dall’interno, grotte che si riempiono di sabbia e poi si svuotano, rocce antiche e oscure che scompaiono con lo sbattere delle palpebre; un intero sistema solare fatto di connessioni nascoste, linee invisibili cariche di storia, seguendo le quali finiamo a indagare sulla natura stessa della vita, il senso e lo scopo dell’esistenza.
E poi c’è il passato, che qui prende forma nel racconto di una civiltà perduta, una scoperta fondamentale, nei loro studi, le loro vite, le amicizie, gli amori, le vittorie e le delusioni; tutto questo riassunto negli archi di quello che rimane di una letteratura murale, adesso soltanto emozioni sepolte tra le lettere del nostro interprete digitale.

Però, insomma: perché? Chi ce lo fa fare di indagare su tutta questa roba impegnativa? Cos’è che ci spinge davvero a capire cosa succede?
Uno: la sete di conoscenza, senza dubbio. Siamo sempre umani (noi, non i protagonisti del gioco), là fuori può esserci qualunque cosa e noi la vogliamo vedere e vivere, e magari anche morirci dentro.
Due: il sole esplode ogni 22 minuti, ingoiando ogni cosa.
Per qualche ragione, e accompagnata da una colonna sonora essenziale ma estremamente efficace, ogni 22 minuti la nostra stella comincia ad accartocciarsi su sé stessa per poi esplodere, distruggendo ogni cosa all’interno del sistema di cui era il centro. E noi con lei.
Finisce la sessione, quindi: game over, si ricomincia dal posto del risveglio, pronti per bruciare un altro marshmallow. C’è una cosa, però, un dettaglio cruciale: il computer di bordo della navicella ricorda quello che è successo, e a ogni morte lo registra, dando di fatto una forma visibile alle regole del mondo in cui ci troviamo, scrivendone la storia. Ed è lì, è a quel punto e con questa consapevolezza, che morire non è più questo grande problema, e basta qualche secondo per ricominciare, resettare il timer, rileggere la storia di quel posto da nuovi punti di vista, con altre chiavi di lettura. Almeno qui abbiamo risolto il paradosso dell’informazione, perché le informazioni non muoiono, vengono con noi dopo la fine di ogni cosa.

Allora qui cambia tutto. Saliamo sulla navicella e ripartiamo ogni volta con informazioni nuove, e quella roccia ha finalmente un senso, quel viaggio finalmente una soluzione, quella luce un significato, quella sabbia una logica, quel posto una chiave, fino a quando tutto ha davvero una forma e ogni cosa diventa chiara, senza più ombre né vuoti.

Finalmente tutto questo ha un inizio, finalmente ha una fine.

Adesso abbiamo capito, ora sappiamo come funziona. Liberandoci dalle suggestioni di mondi che non ci riguardano indossiamo la tuta, apriamo il portello e ci lanciamo nello spazio aperto. Il respiro che si apre e si chiude è l’eccezione che ci ricorda che qua fuori non esistono suoni, e il suo accelerare ci dà il tempo della nostra paura mentre cadiamo verso chissà cosa, e il mondo conosciuto cambia forma e colore, e ci fa impressione, e ci terrorizza. Dentro quelle che sembrano gallerie organiche, posti non pensati perché siano visti, lo spaziotempo si piega, e a quel punto nessuno dei suoi due attori ha più un significato, né lo spazio né il tempo. Nell’istante prima di chiudere gli occhi ci sembra di vederci da lontano cadere di fronte a noi, con la stessa tuta e la stessa paura, ma un coraggio che non ricordavamo.

Finalmente una fine, finalmente un inizio.

atacore.it

Parliamo di

Videogioco

Outer Wilds

28 Maggio 2019

Flash

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4 Commenti
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3 mesi fa

Outer Wilds per me rimane uno dei passi in avanti più importanti per il medium videoludico negli ultimi quindici anni.

Bellissima riflessione, che mi costringerà a pensare ai buchi neri più del dovuto.

Ciacm
3 mesi fa

*Riebeck’s banjo starts playing*

Complimenti per l’articolo!

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